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mercoledì 28 novembre 2018

Un giardino verticale nell'ingresso

Abbiamo parlato diverse volte del giardino verticale, avendo un importante riferimento cittadino nelle pareti attrezzate di piazza Maxia, realizzate ormai quasi dieci anni fa per rimarginare la ferita del rifacimento di quella piazza e delle conseguenti polemiche.

Abbiamo vissuto assieme le sue stagioni, i momenti di crisi e le fasi di "rimpolpamento" (post del 28/5/15); una realizzazione che, fra alti e bassi, possiamo comunque ritenere positiva, e che speravamo prendesse piede anche nell'edilizia privata.

In realtà non ho visto realizzazioni, complice il nostro clima, una giusta dose di diffidenza, i costi di impianto, la crisi finanziaria; fino a qualche tempo fa, quando ho visto e fotografato questo.



Siamo nella centralissima piazza Repubblica, e questo a sinistra è l'ingresso della farmacia: qui, nella parete, in occasione della ristrutturazione dei locali, è stata realizzata una aiuola verticale, ricca di piantine tipiche degli ambienti umidi, come Felci e Capelvenere.

Una realizzazione molto gradevole, che può usufruire di una buona esposizione solare: complimenti ai proprietari, che invece che sfruttare lo spazio per una vetrina pubblicitaria, hanno preferito abbellire in questo modo l'ingresso della loro farmacia.

giovedì 22 novembre 2018

Il fiore cangiante colpisce ancora

Sono un profondo ammiratore del cimitero di Bonaria, come dimostra la quantità di post che gli ho dedicato negli anni. Grande fascino d'insieme, eleganti statue che sorvegliano le sepolture, adornandole, tanto verde ben tenuto (a parte le scalinate, come da post recente del 3/10/18 ).

Quest'anno poi, con le insistenti piogge che hanno accompagnato l'autunno, ulteriore valore aggiunto del verde brillante dei prati che abbracciano le sepolture.


Ecco il grande spiazzo verde proprio subito dopo l'ingresso, con lo sfondo verde cupo del filare di Cipressi comuni.

Ma oltre al verde, proprio al centro della fotografia, intravediamo una picchiettatura di colore: che cosa è?

Si tratta del raro esemplare di Hibiscus mutabilis, del quale vi ho parlato due anni fa (post del 6/11/16), che ancora ci allieta con la sua fioritura cangiante, colpendo la fantasia del viandante.




Ecco a destra un bellissimo e delicato fiore bianco sbocciato stamattina, che diventerà prima rosa carico e poi cupo nell'arco della giornata, e così, appassito, si presenterà domattina, come i fratelli che si vedono a sinistra della foto.

Purtroppo questa bellezza non è accompagnata da altrettanta bellezza delle foglie, che anzi si presentano provate dall'avanzare dell'autunno; ma la fioritura, questa fioritura, fa passare in secondo piano tutto il resto.

sabato 17 novembre 2018

Encomio solenne per la Dipladenia

Sì, è un encomio solenne quello che si merita la bella Dipladenia, o Mandevilla che dir si voglia: un encomio per la sua capacità di rallegrare i terrazzi di tutti noi, per puro altruismo e senza chiedere quasi nulla.

Non sono un esperto di arbusti e fioriture, ma devo dire che raramente mi è capitato di avere a che fare con un rampicante così disponibile a crescere facilmente, ed in fretta, ed a produrre fiori in quantità così elevata e per un tempo così lungo.

Ecco un fiore, ripreso ieri, fra i tanti di una Dipladenia che vegeta nel mio balcone; un imbuto semplice ed elegante, con colori che vanno dal bianco al rosa al rosso.

Difficile che non dia buon esito questa pianta; si potrebbe quasi dire che sia a prova di "pollice nero", come quelli che spesso si incontrano nei terrazzi condominiali.

E' un arbusto di origine sudamericana, importato e distribuito in Italia dai vivaisti non da tantissimi anni, ma diventato ormai molto comune proprio per le sue innegabili qualità; si deve aggiungere inoltre che anche le foglie sono belle, verde intenso, lucide e piuttosto coriacee. Dicevamo che la Dipladenia è rampicante, molto poco esigente anche per questo; non disturba la struttura che la accoglie, e se si avviluppa ad un'altra pianta non tende a soffocarla. Unico difetto, se tale si può chiamare, è che non è resistente alla malefica cocciniglia, per cui con il nostro clima in estate necessita di controllo ed eventuale trattamento  per questa piaga.

Mi accorgo di aver scritto una sorta di panegirico, ma credo di poter dire che la Dipladenia meriti le  parole di apprezzamento che ho speso per lei ed il suo valore giustifichi la digressione di questo post rispetto al mio solito ambito di conoscenza.

   

giovedì 15 novembre 2018

Quanto si sta bene qui!

Chiedo scusa per la scivolata odierna verso i Social network e le loro fotografie tese ad attrarre i "like", ma non ho saputo resistere alla tenerezza di questa immagine e la voglio condividere.



Una coccinella sembra apprezzare la cuccia improvvisata, costituita dalla cupola vuota di una ghianda di Sughera; possiamo immaginare che riposi serenamente godendosi il tiepido sole del mattino autunnale, che si riflette nelle concave ed avvolgenti pareti.

Siamo nella Trexenta, in un bosco nella zona del lago Mulargia: bei panorami, bella natura, begli incontri casuali.

mercoledì 7 novembre 2018

Che strage di trombette!

Un titolo fantasioso, che deriva dal nomignolo che avevo assegnato nel 2011 (post del 22/11/11) ai fiori della Datura (Brugmansia) arborea, per presentarvi uno degli effetti, per fortuna in questo caso minimi ma spettacolari, delle recenti piogge. Guardate qua.



E' la sera del 4 novembre, e la città sta uscendo da uno dei copiosissimi temporali che stanno caratterizzando questo autunno: guardate che cosa ha combinato la pioggia battente!

Una strage di trombette, che appaiono miseramente spalmate a terra, per questo grosso arbusto che si trova in via Leoncavallo, e che avevo già eternato carico di fiori (post del 21/10/17), così potete fare il confronto.


Come dicevo, effetti di un evento per certi versi devastante, ma in questo caso minimi e che suscitano un sorriso.

domenica 4 novembre 2018

Poveri cugini di montagna!

Rubo oggi il titolo a me stesso, quando nel 2011 (post del 10/10/11)  avevo presentato per la prima volta gli Abeti ed i Larici, cioè due famiglie di alberi che con la nostra isola, e tanto più con la nostra città, hanno veramente poco a che fare.

Alberi poco conosciuti dai sardi, almeno nella vita di tutti giorni, ma molto evocativi: chiunque di noi sia stato in Continente, soprattutto se sulle Alpi o sugli Appennini, ha ben presenti le distese di Picea abies (Abete rosso) o Larix decidua (Larice spogliante), che formano splendidi boschi o ricoprono intere vallate. Immagini indimenticabili, con gli aghi appuntiti e scuri degli Abeti che si confrontano con quelli teneri e lunghi dei Larici, di colore normalmente più chiaro.

Ecco perché, con il cuore stretto, voglio ricordare anche qui la strage di queste meraviglie della Natura che si sta compiendo in questi giorni per i tifoni che stanno sconvolgendo intere aree delle montagne bellunesi, del Trentino, del Cansiglio in Veneto, della Carnia Friulana.

Non mi dilungo, dato che chiunque può, attraverso Internet, vedere con i suoi occhi le dimensioni della devastazione; dico solo che leggere di luoghi visitati da turista, Malga Ciapela, Caprile, Rocca Pietore, ma anche Agordo, Livinallongo, Sappada, Alleghe, finanche Auronzo, leggere di questi luoghi come in un bollettino di guerra, fa veramente male.

Per non dire del bosco di Paneveggio, il bosco dei violini, famoso anche perché trecento anni fa lì si recavano Stradivari e Guarnieri del Gesù per scegliere il legno degli Abeti risonanti, con i quali costruire i loro meravigliosi strumenti.

Riporto una frase dello scrittore Cognetti, vincitore di premio Strega, che mi sembra terribile e significativa:

"In questo cadere del bosco sento una specie di stanchezza, proprio come un amico che non ce la fa più e mi viene paura per come andrà a finire. Se si arrendono anche gli alberi, mi chiedo, che ne sarà di noi?"

Un dramma. Ma per non chiudere in tristezza, una immagine serena


Cosa è e dove si trova? Beh, è un Abete rosso, uno dei pochissimi in buone condizioni a Cagliari, e si trova in via Budapest, nel quartiere Genneruxi; ne ho parlato qualche anno fa (post del 7/5/14) ed è tuttora in buona salute.

Attraverso di lui, mandiamo un pensiero affettuoso alle migliaia di persone che vedono la loro economia, di turismo e di vita, vacillare per questi cataclismi ambientali. Queste zone così colpite sapranno riprendersi, ne sono certo, anche con la solidarietà: mi risulta che centinaia di persone si stiano mettendo a disposizione dei comuni più colpiti per i lavori urgenti, prima che arrivi il freddo vero e blocchi tutto. Auguri.



giovedì 1 novembre 2018

Le ghiande, simbolo di fertilità

Chi di noi abbia passeggiato nelle nostre campagne, in quest'autunno umido e piovoso, non può non averlo notato: mai come quest'anno stiamo assistendo ad una produzione tanto copiosa di ghiande.

Le nostre Querce, con le loro specie dominanti, Quercus ilexQuercus suberQuercus pubescens, ovvero nell'ordine il Leccio, la Sughera, la Roverella, stanno dando veramente il meglio di sé: le ghiande, che siano ancora sulla pianta ben inserite nella loro cupola rugosa, o che siano sparse sul terreno, pronte a tentare la prosecuzione della specie o ad immolarsi al piacere grufolante dei maiali, sono in quantità eccezionale.

Lucide e grosse, quasi gonfie, quest'anno le ghiande ci ricordano più che mai la loro storia e nobiltà millenaria, la loro sterminata distribuzione geografica, il loro utilizzo per sfamare i nostri progenitori, la loro importanza nella storia dell'arte e come simbolo di fertilità. Basti ricordare al riguardo l'utilizzo delle ghiande da parte di Michelangelo nella volta della Cappella Sistina, dove le ghiande accompagnano fra l'altro le figure umane degli "Ignudi", ed il loro aspetto dipinto ricorda inequivocabilmente l'organo sessuale maschile (d'altra parte, ghianda = glande).

Ecco allora, dopo che ci siamo elevati a livelli vertiginosi, torniamo per terra, o quasi, ed ammiriamo questo terzetto di lucide ghiande appartenenti ad una Sughera, fotografate in comune di Goni, nel Gerrei; guarda caso, in un contesto archeologico eccezionale, quello di Pranu Mutteddu e delle sue "perdas fittas".

Devo dire che raccogliere ed osservare queste ghiande risveglia antichi istinti, e fa quasi venire voglia di assaggiarle; a questo riguardo, dobbiamo ringraziare i paesi dell'interno nei quali si sta riscoprendo l'utilizzo delle ghiande in cucina, lavorandole e cucinandole come facevano i nostri avi, per produrre pane, dolci o altri alimenti. E' affascinante pensare che prima dell'avvento dell'agricoltura molte popolazioni, e non solo i sardi, si cibassero di ghiande, dagli indiani della California, ai Greci, fino ai Coreani.

Possiamo serenamente ribadire, in conclusione, che la Quercia è uno degli alberi più importanti per la storia dell'umanità, e noi dobbiamo solo essere fieri di averne tante, e così produttive come quest'anno, nella nostra Isola.